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Fundraising, 7 presupposti per farlo bene. Anche se sei micro!

Nonostante le difficoltà legate alla dimensione, una piccola organizzazione può raccogliere i fondi che le servono per i propri progetti e raggiungere anche grandi obiettivi.

Forse difficilmente qualche grande azienda le busserà alla porta chiedendo un brand in cambio di denaro ma certo è che di cose belle se ne possono fare. Come? Ecco 7 aspetti da tenere in conto nel momento in cui si progetta, si pianifica e ci si mette alla ricerca di un partner.

1. Obiettivi chiari.

Piccole organizzazioni, in particolare se radicate sul territorio, possono contare su un valore fondamentale che si chiama “prossimità”. Nella mia esperienza, ho spesse volte visto grandi opportunità vanificare di fronte a gestioni (pur con buona volontà, eh!) approssimative e superficiali. Il mio consiglio è quello di concentrare l’attenzione verso uno o due elementi, facendo una scala delle priorità e di fattibilità. Inutile, oltre che dispendioso, mettere troppa carne al fuoco.

2. Scansione del tempo.

Definire il tempo di ricerca e prendere nota dei risultati o delle scansioni parziali (follow up) permette di conoscere il donatore, il suo modus e prevederne il ciclo di vita. Registrare i dati può fare la differenza. Dove? Anche su un semplice foglio excel.

3. Sponsorship o partnership? Cash o gift in kind?

Qual è la differenza? Meglio informarsi perché sponsorizzazione e partenariato non sono affatto sinonimi e non hanno medesime implicazioni. Una sponsorizzazione è un accordo commerciale tra le parti e, come tale, è regolamentato. Attenzione, quindi! Altra cosa è una partnership. Detto questo: quali sono le caratteristiche che quest’ultima deve avere per dare il massimo in termini di risultati a entrambe le parti? Ancora: meglio una donazione o un prodotto? A volte, un minor costo può essere preferibile rispetto all’acquisizione di un bene strumentale acquistato in proprio e registrato come cespite. Pensaci.

4. Nel cercare, comincia da dentro.

Ovvero: guarda il patrimonio relazionale e il capitale umano all’interno della tua ONP. Consiglio, volontari, collaboratori. I donatori fedeli e i grandi donatori sono un buon veicolo per raggiungerne altri. Da qui si parte. In fondo, 6 gradi di separazione non sono poi molti… Chiaro il senso?

5. Organizzati con un Database (relazionale).

La gestione del donatore è un processo delicato che merita attenzione. Un foglio excel è cosa buona se i tuoi donatori sono, per dire, 30 e di questi 30 ricordi esattamente tutto quel che c’è da ricordare, valori donati compresi. Oltre questi numeri è un suicidio oltre che una sciocchezza. Il mercato offre diverse soluzioni, molte usabili e al tempo stesso accessibili: My Donor e NpHelp ne sono un esempio con soluzioni gradevoli ed efficaci, studiate per ogni soluzione.

6. Questione di team.

Fare fundraising è un gioco di squadra: c’è il mister – che studia e pianifica – e ci sono i giocatori. Insieme si gioca per segnare e aggiudicarsi la partita. La responsabilità del successo o dell’insuccesso della raccolta fondi ricade quindi sull’intera organizzazione. Fundraiser, volontari, governance e collaboratori tutti sono chiamati, ciascuno secondo proprie opportunità e capacità, a favorire il successo delle iniziative promosse e del raggiungimento dei risultati d’impresa.

7. Non è solo questione di soldi.

Ci vogliono tempo, metodo, pianificazione, organizzazione, ricerca, relazione. La raccolta è solo l’ultimo atto di un processo ben più complesso che porta con sé molto più dell’importo effettivamente donato. Valorizzare quanto prodotto è il primo passo per fare bene domani e raccogliere molto bene dopodomani. Sì può fare? Certo che sì! Perché diciamocelo: anche le formiche, nel loro piccolo, s’ingegnano. Articolo by Elena Zanella

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